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Nov

Il principio di rifuggire responsabilità

Articolo a cura di Pietro Casula
Presidente del Movimento per la Sardegna “Sardi Nel Mondo”

La colpa è sempre degli altri, anzi di tutto il sistema.

È diventata ormai consuetudine scaricare responsabilità su altri o su un intero sistema, verso un’entità superiore quindi, da cui si può solo subire. Nonostante questo pensiero comune, alla fine, sappiamo che in realtà sono i singoli individui a prendere decisioni. Fa parte dello stile di vita moderno che porta l‘individuo a sentirsi alla mercé di grandi contesti globalizzati, di meccanismi al di fuori del proprio campo d‘azione, incontrollabili. Le crisi economiche vanno e vengono, aziende vengono acquistate in blocco e poi smantellate, cambiano i profili dei requisiti professionali così come i ruoli tradizionali. Il cambiamento si estende perfino al nucleo familiare.

L’individuo può solo limitarsi al reagire, può cercare di adattarsi alle mutevoli condizioni per non finire schiacciato sotto le ruote di questà inconbenza. Per questo si parla di „sistema„ delle grandi strutture economiche e redditizie che determinano il nostro modo di vivere e tuttavia pressoché insensibili ai nostri bisogni. Tali sentimenti di impotenza non si possono negare. Con questo, allo stesso tempo, finisce sotto pressione un principio che in una società è assolutamente necessario affinché il vivere insieme possa riuscire, funzionare: la responsabilità.

Parliamo di Responsabilità.

Parliamo di responsabilitàspecialmente quella di chi, più o meno per vocazione, è tenuto a prendere decisioni che verranno subite da terzi, amministratori pubblici e popolo, ad esempio. È diventato troppo facile per chi deve decidere, scaricare tutto sulle circostanze, sugli obiettivi di risparmio o sui vincoli burocratici. Fa parte, si sa, del bon ton. Chi, per esempio, ha avuto esperienze negative nella sanità pubblica viene spesso sbrigativamente consolato con riferimenti all‘impostazione di bilancio, allo scarso budget. Situazioni reali, specialmente in Sardegna, dove non è difficile trovare casi in cui i pazienti sono visti solo come casi generici. Di certo spregevoli, deplorevoli situazioni ma purtroppo non c’è mai molto tempo e spazio per particolari attenzioni e spirito umanitario.

Naturalmente ci sono buone e validi ragioni per criticare tagli in un settore così sensibile come quello della sanità. Spesso, però, le strutture offrono anche benvenuta opportunità per scaricare responsabilità. Alla fine della catena sono sempre singoli individui che prendono decisioni, con toni categorici attivati da motivazioni interne o che scaturiscono da cinismo. In tempi di larghi spazi economici e tecnologici appare alquanto singolare fare affidamento sull’integrità del singolo per poi obbligarlo ancora ad amare il prossimo. Riflettendo su questo , il filosofo Hans Jonas nel suo libro „Das Prinzip Verantwortung „ ( Il principio di responsabilità) induce ad adattare gli imperativi etici agli ampi spazi di manovra dell‘essere umano per arrivare, per esempio, dall‘amare del prossimo all‘odio (del prossimo). È tragico constatare come questa consapevolezza declini sempre più, quando nessuno si sente più responsabile delle (anche) piccole decisioni prese quotidianamente.

E qualsiasi cittadino a questo punto non faticherebbe ad affermare che le proprie scelte siano dettate conseguentemente alle scelte compiute a monte, dal sistema governo, dal sistema bancario, da quello politico. Ed in questo caso, per la gente onesta, rispettosa del proprio ruolo nella società, tale affermazione sarebbe concreta e non un rifuggire dalle proprie responsabilità. Una responsabilità, doverosa, è quella del voto, quella di scegliere chi, tra la classe politica contemporanea, si ritiene abbia le caratteristiche per amministrare il proprio territorio, la propria regione.

Agli eletti, ai prediletti si richiede merito, competenza, lungimiranza, responsabilità.

Una volta eletti, invece di scelte e di indirizzi ritenuti utili e necessari evidenziano un potere che disprezza la volontà popolare e che vorrebbe addirittura costringere ad accettare decisioni, scelte contro la propria volontà. La classe politica a cui siamo purtroppo abituati, rappresenta una politica che dopo aver contribuito a rendere più acuti e gravi i drammatici problemi che travagliano la Sardegna – dalle leggi paesaggistiche a quelle energetiche, dalle politiche finanziare e di bilancio a quelle ambientali, dalla formazione alla continuità territoriale, dalla riforma degli enti locali a quelle sanitarie – decide di tirarsi fuori dal disastro che essa stessa ha determinato.

Tale classe politica è probabilmente la meno politica che si ricordi. E gli altissimi tassi di astensionismo attuali ne sono una riprova: la classe politica è distante dalla propria cittadinanza e, di rimbalzo, il cittadino si mantiene lontano dalla politica, non dallo scontro, non dalla distruzione. Il cittadino non si sente rappresentato, si sente anzi contrario a chiunque prenda incarico di governo e questo continuo amministrare lontano dalle esigenze del cittadino non fa altro che intensificare il fenomeno.

Questa politica è lontana, insensibile e maldisposta verso le sofferenze del popolo e più volte- con discutibili decisioni- ha manifestato disprezzo per l’opinione pubblica. L‘ottimismo della classe dirigente/di questa nostra classe dirigente sulla crescita, sui miglioramenti in corso rischia di creare rabbia e un baratro tra popolo e rappresentanza politica. C’è una chiara e necessaria urgenza di avviare un processo di profondo rinnovamento.

La Sardegna ha bisogno di buona politica e questa deve partire dal basso. Noi ci siamo.

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